Cosa dobbiamo capire da questa guerra (sempre che non sia troppo tardi)

Teheran è avvolta da una nube nera da giorni. Non è una metafora. I bombardamenti israeliani sui depositi petroliferi della capitale, che hanno scatenato incendi apocalittici, hanno riversato nell’aria idrocarburi tossici, ossidi di zolfo e di azoto. La pioggia caduta su dieci milioni di persone è diventata pioggia acida. Il direttore dell’OMS ha lanciato l’allarme: i danni alle infrastrutture petrolifere rischiano di contaminare cibo, acqua e aria, con effetti gravissimi per tutta la popolazione. Una catastrofe ambientale destinata ad espandersi in tutta l’area mediorientale.

Gli USA di Trump attraversano una crisi che riguarda la loro egemonia globale. La risposta, come sempre, non è né la diplomazia né la cooperazione: è la guerra. Quella a cui stiamo assistendo non è una novità nella storia degli Stati Uniti d’America, è imperialismo, nella sua forma più riconoscibile: controllo delle risorse, proiezione militare della forza, ridisegno degli equilibri internazionali a proprio vantaggio. Il sistema capitalista, o, se vogliamo usare un eufemismo, il “libero mercato”, è in realtà un meccanismo sorretto dalla forza, in cui le regole avvantaggiano le élite finanziarie e costringono i popoli a pagarne le conseguenze. 

I recenti avvenimenti del Venezuela sono un esempio chiaro. Il presidente USA ha dichiarato che gli Stati Uniti avrebbero “ripreso” il petrolio venezuelano dopo aver rimosso militarmente Maduro. Iran e Venezuela avevano costruito una rete di cooperazione economica alternativa alle sanzioni statunitensi che, da oltre mezzo secolo, resiste al fortissimo embargo statunitense.

Con la caduta di Maduro, quella rete che proteggeva, tra gli altri, Cuba è stata spezzata e con essa ogni tentativo di indipendenza economica per una certa parte di mondo. Non a caso Trump ha additato l’isola caraibica, già in fortissima crisi socio-economica dovuta proprio all’embargo, come “prossima della lista”. La guerra contro l’Iran è uno dei passi di questa strategia imperialista, che passa anche per Gaza, volta a controllare risorse e spazi strategici (per gli USA) del Sud globale.

Sarebbe comodo pensare che questa guerra non ci riguardi, ma la verità è che non possiamo permettercelo. Infatti, in un mondo globalizzato in cui le distanze fisiche si accorciano, anche una guerra a migliaia di km, come quella in Iran, ha effetti ovunque. I colpi che hanno già raggiunto basi militari in Kuwait, Qatar, Bahrein ed Emirati Arabi avranno un impatto ambientale, economico e sociale che si estende ben oltre i confini iraniani.

L’Europa, intanto, risponde con la logica del riarmo: Macron ha annunciato un aumento delle testate nucleari francesi e una nuova dottrina di “deterrenza avanzata” insieme ad altri otto paesi europei. Un dato inquietante. Basti pensare che la produzione bellica europea si è messa in moto prima ancora di stabilire chi fosse la minaccia (ieri sembrava la Russia, oggi l’Iran) e che, nel sistema capitalista, è imperativo consumare tutto ciò che si produce. Cosa pensiamo che si farà con le nuove armi prodotte?

Gli Stati Uniti non sono alleati neutrali. Ci stanno mettendo attivamente in pericolo. La prossimità ai teatri di guerra, la dipendenza energetica, il rischio di attacchi sul nostro territorio, direttamente o tramite cellule terroristiche, sono conseguenze reali di scelte che passano sopra le nostre teste, senza tenere conto dei popoli coinvolti. 

E i governi europei cosa fanno? Si riarmano, succubi di una NATO che da tempo ha esaurito il proprio ruolo originario e che si dimostra sempre più portatrice di instabilità. Si lasciano trascinare nel vortice senza fermarsi un secondo a chiedersi in quale direzione vogliono andare, con chi e perché. Questa non è l’Europa dei popoli: è l’Europa delle élite finanziarie. 

E intanto la crisi climatica è completamente scomparsa dalla narrazione. Sepolta sotto le macerie di un’agenda bellica che assorbe risorse, attenzione e immaginazione politica. Eppure è l’unica crisi che non si può fermare con un cessate il fuoco, che non aspetta la fine di una guerra, che non si risolve con una semplice decisione. Richiede lavoro urgente, continuo e collettivo; oggi, non quando avremo finito di combatterci.

Corrente crede che la politica locale non possa ignorare quella globale.
Ma cosa significa per la nostra comunità?
Significa che questa guerra porterà insicurezza sociale nel nostro territorio, dove già la crisi del settore metalmeccanico si fa sentire. Un aumento delle bollette e dei prezzi del carburante per le famiglie colpite dalla crisi economica scatenata dai dazi americani significa insicurezza per il futuro. Guerra vuol dire che i giovani, quei pochi rimasti che non sono già scappati per la mancanza di prospettive, potrebbero decidere di arruolarsi come alternativa alla disoccupazione e all’assenza di opportunità di crescita personale.

E allora, cosa possiamo fare?
Prima di tutto, parliamo di ciò che sta succedendo, confrontandoci e analizzando insieme le paure di fronte a un futuro incerto. Cerchiamo informazioni da più fonti, per vedere oltre le prospettive che questa classe politica, succube delle dinamiche americane, ci presenta. Investiamo in indipendenza energetica per costruire una comunità in grado di generare, direttamente sul territorio, una buona parte dell’energia di cui ha bisogno. Lavoriamo con gli agricoltori, colpiti sia dalle politiche europee sia dalla crisi globale, per produrre almeno in parte il cibo di cui avremo bisogno.

Non possiamo fermare la guerra da Umbertide, ma possiamo costruire, un passo alla volta, una comunità capace di reagire alle sfide che le verranno poste nei prossimi anni. Ma dobbiamo farlo subito, prima che sia irrimediabilmente troppo tardi.